Testimonianze

«Dialoghi» è un dipinto che esprime vivacità. Gli elementi
raddoppiati esprimono un confronto continuo, moltiplicano le combinazioni, si ha l’impressione di un movimento circolare, armonico. Sembra anche di percepire
la presenza di un tema musicale, che conduce dolcemente
verso un’interiorità segreta, abitata da fili e intrecci indefinibili, regolata da percorsi imprevedibili, così come imprevedibili e sorprendenti sono tutti i dialoghi.

Caro Tino,
innanzi tutto un incontro quotidiano paradossale dove un uomo di monti e valli invece sta giù come per miracolo sulle uova del mare e un uomo con non pochi dubbi a contraddire la baldanza delle vette ghiacciate di bianco, pronto a stendersi supino sulle onde tese da boa a boa. Dubbi ho detto per il tuo timore di non essere à la page di non banchettare anche tu al trionfalismo dell’arte «che si deve fare» alle volute e sapute astrusità di avanguardie da considerarsi perenni. Ti vedo lì con tuo fare febbrile a trasformare pietre, giocarle in invenzioni di bambino per donarle a tutti quasi fossero «pietre per le case degli uomini». Non temere nessuno accontenta tutti e tanto meno se stesso perché il nostro lavoro assiduo maniacale è fatto soprattutto di esclusioni, quelle che – volenti o nolenti – operiamo noi per non sapersi adeguare, per tener fede chissà a cosa, per non volersi tradire (ma tradire cosa poi?) per ammirare più il lavoro altrui come se il nostro non fosse degno quasi. Inutile scomodare modernità o post‑modernità, l’avvento dell’arbitrio e del «tutto va bene», o peggio sapere cos’è avanti o indietro o ancora l’impossibilità del giudizio e del tutto è arte (pare). Francamente io non so più (non voglio più?) giudicare, non mi sento più di riconoscere operazioni alte o basse, cultura per palati raffinati e sparuti o tentazione orizzontale di grande diffusione e comprensione. Non lo so più perché alla luce dell’opinabile e del falso trasgressivo troppo ho visto, letto e meditato e così ho appreso l’arroganza delle scelte l’impervia via del credere ancora al nuovo per il nuovo.
A volte mi va di fermarmi in un angolo sicuro, lo spazio di una meditazione semplice fatta di occhi, di cuore e di mano, mi piace l’uomo che fatica per lavorare fuori della storia, stoicamente e senza possibilità di ritorno. Quella strada è una scelta divina perché tutte le scelte assolute in fondo lo sono davvero. Quella strada percorre (percorriamo) a fatica constatandone i limiti vivendo giornalmente la propria ripetitività la propria monodia. Ecco la grandezza del viaggiatore, il coraggio di proseguire, la forza di vivere la limitazione dei propri sogni sapendo che non c’è davvero nessuna meta, nessun raggiungimento finale ma solo la fatica del percorso.
Tu, caro Tino, che sei uomo di montagna conosci bene queste regole e le hai adottate (lo sai?). Allora, ti prego, sciogli i tuoi dubbi, racconta ancora la storia raffinata di quegli angoli di mondo silenziosi ed algidi, imprimi il tuo sguardo fatto di mani che incidono, che lavorano febbrili ad una fiaba malinconica che tu conosci bene e che noi amiamo farci ripetere come un perenne racconto di enigmi ghiacciati, di sguardi gettati e subito ritratti per la paura di doverli comprendere fino in fondo.

Caro Aime,
la conoscenza, ormai ventennale, che ci lega mi impone di superare la difficoltà in cui non nego di trovarmi, nello scrivere riguardo le tue opere.
La loro presenza nei nostri cataloghi, irrinunciabile ormai da anni, è la prova tangibile di una profonda stima professionale e umana. Rispetto alle indubbie e molteplici qualità dei tuoi acquerelli e delle tue incisioni è stato inoltre, ampiamente, scritto da voci assai autorevoli in materia; la mia difficoltà è quindi aumentata da questo implicito paragone, ma ancor di più dalla sensazione che la semplicità dei tuoi soggetti, ottenuta attraverso l’assidua ricerca di eliminazione del superfluo e per questo mai banale, poco si sposi con l’abbondanza di parole.
Ciò detto mi piacerebbe, come semplice fruitore se vogliamo privilegiato, sottolineare alcuni aspetti delle tue incisioni che da anni attraggono l’interesse nostro e dei nostri clienti.
Colpisce in esse la precisione cromatica ottenuta nella rappresentazione d’alcuni stralci di natura e colpisce ancora maggiormente chi si rende conto di quanto lavoro sia necessario per un tale risultato; l’abilità con cui la natura stessa è simbolicamente rappresentata nelle tue espressioni apparentemente più umili, ma in esse quasi cristallizzata e contenuta nella sua totalità; attrae l’atmosfera «magica» di alcuni paesaggi innevati e notturni in cui la presenza umana è testimoniata indirettamente da case od oggetti ma mai rappresentata direttamente da figure. Credo più in generale, che colpisca nelle tue incisioni una sorta di profonda armonia tra il mondo rappresentato, chi lo rappresenta e lo strumento impiegato per rappresentarlo; l’arte incisoria, arte artigianale per tanti aspetti, sembra lo strumento ideale per rappresentare e cogliere gli aspetti della natura da te descritta: umile, quotidiana, ed al tempo stesso precisa e «severa».
Un caro abbraccio.

Caro Tino,
devo proprio ammetterlo, anche perché è la verità, ma quando mi trovo di fronte alle tue incisioni provo la stessa identica emozione di quando ebbi la fortuna di ammirarle per la prima volta. Da allora ad oggi di anni ne sono passati così come molte sono state le occasioni per vedere le tue opere. Eppure le cose stanno così, riescono sempre a darmi un’emozione, una commozione nuova.
Mi piace allora immaginarti nel tuo studio alle prese con lastre, liquidi e strumenti vari, mentre sei intento a creare una nuova incisione. Ti vedo un po’ come i vecchi alchimisti che cercano il mistero creando un mistero perché la realizzazione di una stampa d’arte è per un artista un momento decisivo. L’incisione non permette ripensamenti o correzioni, è una continua gara con l’ignoto-noto che solo la stampa potrà chiarire. Incisa la lastra, fatta mordere dall’acido, quanto mi piace l’idea di far mordere i segni, i giochi sono fatti e noi, tu compreso, godremo del risultato che compare sul foglio di carta e che porta impressioni ed immagini così cariche d’emozioni. Vedendo il risultato finale noi ne saremo affascinati ed entreremo a far parte di quanto hai voluto raccontarci.
Karl Kraus dice che «arte è ciò che diventa mondo non ciò che è mondo». Nelle tue incisioni c’è la neve ma non è nevicato, c’è l’autunno ma non è autunno, è un mondo visto attraverso il gioco dei piani, dei bianchi, dei neri che ricrea in noi l’immagine del freddo, delle foglie cadute ed arrossate dell’autunno. E nelle tue cose non vedremo la neve o le montagne ma sentiremo i profumi, gli odori di quanto i nostri occhi riescono a… rubare. Ma io credo che sia tu che rubi le nostre emozioni perché, come dicevo, ci rendi partecipi dei tuoi segni, delle tue immagini. Ma di questo te ne sono più che grato.
Una delle cose migliori della nostra amicizia è l’aver accompagnato con le mie parole le tue incisioni.

Sono cadute numerose, inesorabilmente abbattute dall’incuria e dal tempo, le case dei villaggi delle nostre montagne. I vetri delle finestre sono andati, via via, in frantumi e con loro si sono infranti tanti possibili futuri di miseria o di riscatto.
Le porte sono cadute, divorate da una società in rapido cambiamento, troppo in fretta disponibile ad abiurare, quando non a tradire, il proprio passato, alla ricerca della stagione dell’affrancamento.
Altre si aprono, desolatamente, sul nulla doloroso di cumuli di macerie che hanno cancellato tante storie di vite difficili, sofferte, ma anche, talvolta, gioiose, gravide di progetti di futuro.
Ha quasi un senso salvifico, quest’opera di recupero degli antichi legni, manufatti passati quasi sempre direttamente dal bosco vicino, la casa della natura, fabbrica misteriosa di vita, all’abitazione, dimora di una variegata umanità solita a convivere con l’ambiente difficile delle terre alte.

Forse è stato il ricordo di quando lavorava la pietra per fare le sue sculture che ha affascinato Tino Aime di fronte alle cave della bassa Valle di Susa, ora quasi tutte dismesse, la memoria di quando lui stesso usava scalpello e mazzuolo per trarre, con ben più miti colpi, le figure e le nature morte chiuse nella massa informe che gli stava davanti. O forse è stato il silenzio irreale che domina sulle cave abbandonate e sui paesini dei «picapere», aggrappati alla montagna, il silenzio che li avvolge e li copre ora che tace il rumore degli scalpelli, ticchettanti per l’intera giornata, dall’alba al tramonto, per tutte le vallate all’intorno.
Un silenzio irreale che dà forma tangibile all’immobilità dominante nelle cave abbandonate, dove forse l’unico segno di vita è il volo rapido di un uccello vagabondo.
Anche i paesi sorti attorno alle cave, dove abitava un’umanità povera e laboriosa, sono deserti.
La luna imbianca le lose dei tetti su cui nessun gatto vaga in cerca di amore come, sopra il paese, le grandi pietre del cuore della montagna, messe allo scoperto dalla violazione compiuta dall’uomo, che per suo uso ha ferito la terra, l’ha sviscerata, finché ne traeva un utile, poi l’ha abbandonata. Ora la luna illumina indifferente un paese morto e la cava da cui traeva la vita. Ma, vista da vicino, la ferita della montagna sembra ancora palpitare, sotto la falce di luna che mette in risalto le diverse stratificazioni della roccia: quelle orizzontali da cui si cavano le lastre migliori, più facili da tagliare per farne elementi dell’edilizia, finiture pregiate o grandi sculture, i cui frammenti si vedono ancora in forma di paletti a reggere viti che più non ci sono; quelle contorte in ondate di roccia accavallate le une sulle altre come marosi di un mare in burrasca, a raccontare una violenza antica, d’origine vulcanica, il magma che si piega e viene costretto in forme involute dalla forza incontenibile del movimento tellurico. Potenza immane, in confronto alla quale la violenza dell’uomo è come un graffio che ha lacerato l’epidermide del gigante di pietra mettendone a nudo i visceri scomposti. Pietosamente la luna li svela e li vela, illumina e nasconde, con sorta di pudore ignota all’opera dell’uomo. Due lunghe scale appoggiate alla pietra rivelano che l’ultima cava è ancora in funzione: ed ecco infatti una pila di lastre già tagliate, pronte per essere portate via. La luna le illumina di striscio evocandone solo la presenza, mentre investe in pieno grandi blocchi di roccia, che la montagna offre, estremo dono, ad un’ultima violazione dell’uomo, ad un ultimo strazio, di cui tuttavia non è colpevole il tagliapietra che col suo lavoro si guadagna un antico pane sudato.
Quelle fragili scale forse spariranno presto anche loro, gli ultimi colpi di mazza taceranno per sempre, avide mani raccoglieranno i frammenti rimasti, per farne, chissà, lastre tombali per lontani defunti.
Poi la luna illuminerà un mondo silente, quello che meglio ispira l’arte di Tino Aime.

Deve avere inventato tutto, Tino Aime.
Non è possibile che esista davvero quel paesaggio dove è sempre inverno, e le case si posano una stretta all’altra sulla montagna, guardate con stupore dagli alberi, sotto il cerchio rosso di un sole dimenticato dall’orizzonte.
Non è possibile che lassù, contro il reticolato inutile che tenta di proteggere il saliceto spoglio nel dicembre, ci sia la bicicletta dal manubrio rialzato anni Cinquanta, oggetto assurdo e spiazzante, destinato a non risalire mai l’erta della mulattiera. Non è possibile che la vita sia illuminata, nell’oscurità del mezzogiorno, da una luna color di neve, capace di assorbire tutto il bianco dell’universo per rovesciarlo capovolto e irreale sulla valle.
La montagna non parla, in queste rappresentazioni sospese fra il quotidiano e l’assoluto, è la testimone tacita di una vicenda affidata al linguaggio elementare delle cose.
Come non parla la collina delle Langhe, dove solo una casa sfumante nella fuga del cielo sul pendio può alludere alla presenza impronunciata dell’uomo. E neppure la laguna, dove fasci di travi emergenti dall’azzurro immaginario dell’acqua, davanti a sparse baracche palafitticole in legno, sembrano voler rimuovere le ingannevoli suggestioni di Venezia.
Il mondo esterno qui esiste solo per una dichiarata finzione, incanto consapevolmente illusorio, che chiede di ricercare l’unica realtà possibile nell’interno dell’anima.
Uomo di alta quota, Tino Aime ha difeso i valori del suo mondo, in una pittura dove anche i gialli dei fiori e i blu delle rupi hanno il colore del silenzio.
Ha colto la vena fabulatoria della pietra, il monologo della roccia, il respiro vetroso del rio che scorre sotto la scarpata. I suoi quadri raccontano – e in buona parte nascondono – la storia di un ragazzo che viene da una famiglia di pastori, ha percorso tutto l’arco alpino, dalle valli occitane delle origini fino alla Valle di Susa dei suoi approdi; ha conosciuto la vita nomade con i genitori, i pascoli estivi con i nonni, il lavoro della cascina nell’infanzia, prima di poter tracciare il proprio alfabeto di segni sulla carta, nella scuola di città. E non si è mai stancato di interrogare la montagna, di ricrearla, di darle mutamente voce, proiettandola – invenzione delle invenzioni – in dimensione fantastica sulla tela.
Poi un giorno uno sale a Gravere, arriva su, lungo il corso della Gelassa, ai mille metri della frazione Bastia, dove l’artista si è rifugiato, e scopre – ma come è possibile, nel 1999? – che quel mondo esiste: vero, concreto, al di là di ogni possibile fata morgana.
È la montagna che, prima di arrendersi al silenzio estremo, si è voluta scegliere il suo cantore, dalla voce chiara e insieme discreta, percettibile solo a chi ha la capacità di ascoltarla: e ha inventato Tino Aime.

Caro Aime,
non posso nascondere di aver provato un moto di invidia a scorrere il lungo elenco di nomi illustri che correda il catalogo della tua opera grafica. Anni or sono, parlando di cinema, affermai che l’invidia che provavo per un film altrui costituiva il segno inequivocabile della sua qualità e del mio apprezzamento. Quel sentimento sia dunque valido testimone di ciò che provo anche in questa occasione.
Ho letto e riletto i nomi di coloro che hanno scritto di te; nell’ordine sono dalla A alla Z: Arpino, Marziano Bernardi, Carluccio, Dragone, per citarne solo alcuni sotto le prime lettere dell’alfabeto; e ancora Lajolo, Mila e altri. Sono corso alla S, naturalmente Soldati non c’è ancora.
È un vuoto da colmare, la denuncia di un ritardo che ho ancora la fortuna di poter recuperare.
Non attenderti chissà quale pagina critica: scrivere d’arte appartiene ad un passato lontano e irrevocabile. Dunque, solo qualche riflessione molto personale. Nei tuoi lavori ritrovo quelle Langhe, quella Valle di Susa che ho tanto amato, goduto ed infine abbandonato. Dopo decenni di vagabondaggio cercavo un posto di cui dire: «Hic manebimus optime» e mi sono assiso qui di fronte al mare, forse perché, come dice Verga, «il mare non ha paese neppur lui». È come se quella mia irrequietezza l’avessi proiettata davanti ai miei occhi per osservarla meglio, rimeditarla, renderla matura. Il mare è l’immagine del me stesso di un tempo: lo contemplo come Narciso il proprio riflesso. Ora, le geometrie delle tue colline e case e campagne coltivate, gli oggetti bloccati dal segno nitido, le nature «vive», ma immobili e silenti, è come se mi rivelassero l’altra faccia di me, come se evocassero un mondo di calma e lucidità cui sento d’aver teso invano e mi piace rievocarle qui, quasi a contemplare lo scenario che ho sotto gli occhi ogni giorno.
Di qui ti mando queste poche parole, certo che, nel tuo prossimo catalogo, non potrà mancare il nome di Mario Soldati.

Non conoscevo la campagna d’inverno. Ci andavo solo d’estate, durante le vacanze, a casa dei nonni, a correre scalzo nell’erba, a rubare la frutta acerba, a tuffarmi nel torrente. Un giorno di dicembre un signore che abitava nell’alloggio sotto il nostro e che di mestiere faceva il rappresentante di commercio mi chiese il favore di andare al paese per recuperare un’agenda che aveva dimenticato in una merceria. Mi diede i soldi per il biglietto del treno e una piccola mancia. La merciaia era una mia lontana parente, tutti allora in paese erano tra di loro in qualche modo parenti. Recuperata la preziosa agenda, dovevo far passare quattro ore in attesa del treno che mi riportasse ad Asti. L’aria tremava sotto il peso di un cielo di un grigio uniforme e compatto venato dai riflessi giallastri che annunciavano una nevicata imminente. Erano le prime ore del pomeriggio ma il crepuscolo già colmava di buio l’unica strada dai solchi di fango ghiacciati; così sono andato dai nonni. Erano in fondo alla casa, in cucina, attorno alla stufa, seduti su piccole sedie molto basse. In silenzio. C’erano i due vecchi, uno zio ancora scapolo e una cugina grande che viveva con loro e che si sforzava, alla poca luce filtrata da una finestrina, di leggere un vecchio numero della Domenica del Corriere. Sulla stufa una pentola d’acqua e dei pezzi di legna verde d’acacia che espellevano la loro linfa facendola sfrigolare sulla ghisa rovente. Sul tavolo di legno i bicchieri e i bottiglioni di vino avevano disegnato un alone, le cartoline mandate dai figli lontani erano infilzate nella vetrinetta del buffet, sul davanzale della finestra i centrini ricamati raccoglievano la polvere, la mano di mia nonna frugava in una scatola di latta che aveva contenuto secoli prima dei biscotti e che ora era piena di gomitoli e di rocchetti di filo di tutti i colori. Dalle pareti ci guardavano le foto dei morti ingrandite e ritoccate. Quasi mezzo secolo mi separa da quell’epifania di un pomeriggio d’inverno ma nel tribunale notturno dei miei sogni essi ritornano, provocandomi un dolore tranquillo ma immedicabile. Non sono un critico e non so se l’arte abbia anche un potere taumaturgico. So però che i quadri di Tino Aime mi ricordano che io vengo di lì e mi aiutano a sopportare l’idea che qualcuno si sia sacrificato per me, perché fosse possibile l’altra faccia del mondo, quella dello spreco, della vuota abbondanza, della rutilante e colorata fatuità nella quale stiamo annegando. Ho sempre pensato che non ci fosse possibilità di riscatto, che quello che era andato perso era perso per sempre. Non so se l’arte abbia anche questa funzione ma so che i quadri di Tino Aime, con la loro laica religiosità, con il loro tempo sospeso, con la loro accettazione di una condizione umana impastata di rinunce e di esistenze mancate, mi hanno fatto cambiare idea. Grazie, Tino.

Tino Aime, pittore di nature silenziose, di soli freddi, di fiori senza profumo, di paesaggi immoti dove tetti innevati disegnano compiute geometrie e soltanto qualche nero uccello zampetta o contadini montanari si portano addosso la fatica di esistere o – dai vetri di una finestra antica – occhi innocenti guardano e interrogano qualcuno o qualcosa che non può dare risposte. Questo mondo di poesia figurativa, da cui gioia e calore sembrano straniati, è anche una chiave per decifrare la sua personalità di uomo oltreché di artista?
Qui, su suo invito, come amico, medico e psicologo che da oltre vent’anni affettuosamente lo ascolta, posso parlare di qualcuna delle sue anime nascoste.
Scrivi, mi dice «delle mie paure davanti a una tela ancora pura, vergine, a una lastra da incidere, a un foglio che diverrà, forse, un acquerello».
Sì, Tino è spesso intriso di paure. Se prepara una mostra, se si accinge a partire in terra straniera oppure all’improvviso, anche senza causa apparente, eccolo assediato dai suoi fantasmi, perdersi nel labirinto delle sue angosce di morte o nel timore che la sua vena creativa inaridisca.
Ma quando l’animo di Tino non è abitato dagli spiriti della notte, quando la «norma del giorno» lo riporta a contatto con la realtà, Tino vive con un’altra delle sue anime.
Allora egli diviene quello che fisicamente è: uomo solido e ricco di energie che scala montagne, fa il tagliaboschi e lo spericolato sciatore fuori pista.
Allora il suo io diviso si ricompone ed avvengono ancora altre trasformazioni. Al richiamo arcaico dei gitani della Camargue, che evocano le sue radici di pastore transumante, al fervore mistico che solo la Chiesa disadorna di Santa Sara gli fa provare, Tino affianca comportamenti quotidiani bene integrati nel presente.
Egli è infatti curatore attento della sua immagine professionale, sensibile e sagace collezionista di opere d’arte, concreto estimatore degli oggetti che la civiltà tecnologica propone.
Così è Tino Aime: personalità complessa e contraddittoria dove coesistono e si alternano l’artista che crea, il fanciullo impaurito, l’adulto che agisce seguendo il principio sano della realtà.
Ma la sorgente della sua Arte, il linguaggio figurale inconfondibile, sobrio e sapiente insieme, che lo caratterizza, sono doti primarie non riconducibili ad altro che al talento innato che lo ha fatto pittore.

Dietro uno steccato s’alza un albero divorato dalla luce; il salino corrode i balzi di roccia; un ulivo scavato mostra la forza nodosa del legno davanti all’acqua sterminata; i pini d’Aleppo o pini bianchi, sensibili al vento, hanno rami contorti e tronchi senz’ombra sul dirupo bruciato. E come in questi elementi di paesaggio marino, in altri intrecci di montagna domina lo stesso angoloso ed assorto, qualcosa di pungente ed intoccabile che va al di là della struttura grafica e della minuzia formale.
Un’atmosfera di precarietà e di eternità circonda le cose. Un unico struggimento lega l’aspra terra di Liguria – rade, burroni e scogli – alle baite e declivi lunari di un «Piemonte arcaico, velato di ombre e di gelo». Ma è nel silenzio della montagna che dilaga il fantasma della memoria. «Le front aux vitres comme font les veilleurs de chagrin», il pittore guarda – sguardo, ricordo o sogno? – i tetti modellati dalla luna, le muraglie cieche di un paese in semiabbandono, le recinzioni vegliate dai corvi.
Ombre fredde succedono a biancori improvvisi; anzi, tutto è ombra e biancore nel contempo, toccato da una sorta d’angelo dalle mani di cenere. Anche le cose più tenere: gli alberi protettivi che fanno compagnia nella notte, gli interni con gli utensili, i vasi e i fiori sui tavoli, anche tutte queste tenerezze hanno una fragilità di foglia morta. Incastonate in un mondo che se ne va. Le emozioni che esse suscitano, che forse hanno suscitato in Aime lo stesso, sono come tronche, sono emozioni di un controllato addio.
Dopo la montagna, il mondo della montagna che si sgretola in silenzio, Aime si è dato a ritrarre gli alberi fulminati dal sole, l’erbaspada, gli epicrisi nel biancore verticale dei calcescisti marini. A cercare in quel biancore la controimmagine dei morti campi di neve?

Caro Tino,
…Qualche settimana dopo, all’Auditorium della Rai, nell’intervallo del concerto, tu mi avvicinasti e mi chiedesti impacciatissimo se avrei acconsentito a scrivere una presentazione per la tua prima mostra di pittura. Rimasi esterrefatto. Adesso posso confessarti che quei tuoi scarabocchi al rifugio d’Avérole non mi erano piaciuti per niente. Anzi, questo è dir poco. Non mi era parso che vi si potesse ravvisare neanche la minima promessa di vocazione al disegno. Così mi rifugiai dietro la comoda scusa che io sono un critico musicale e che la pittura non è affar mio.
Poi andai a vedere la tua mostra e mi morsi i pugni. Guarda lì, avevo la possibilità di tenere a battesimo un talento, e me lo ero lasciato sfuggire!
Non hai idea come questo episodio incidesse profondamente nella mia attività professionale. Devi sapere che io conduco da sempre una polemica con gli scocciatissimi fautori d’una musicologia «scientifica», i quali mi rimproverano di fondare i miei giudizi principalmente sulle impressioni e non sopra un «criterio oggettivo». Io gli rispondo che il «criterio oggettivo» non esiste. Se ci fosse, bella forza, si conoscerebbe, e giudicare un’opera d’arte sarebbe un’operazione tanto meccanica e sicura come pesare un chilo di patate o misurare un taglio di seta per camicie. Sissignori, per giudicare la musica, la pittura, la poesia, non abbiamo altra arma che quella empirica del fiuto. Ogni giudizio critico è una scommessa che impegna il nostro gusto, la nostra competenza. L’intenditore è quello che fiuta giusto. Lì per lì, non c’è scienza che tenga per stabilire un giudizio oggettivo.
Ognuno dice la sua, e poi solo alla lunga si vedrà chi ha avuto ragione e chi ha preso delle cantonate. Chi ha intuito per tempo il valore di Debussy, Strawinsky, o di Petrassi, e chi invece ha speso il suo fiato a gonfiare dei palloni.
Ora capisci, caro Tino, il mio dispetto per non aver capito niente quel pomeriggio di primavera al rifugio d’Avérole, e quale stilettata sia stata per me l’alta qualità di quella tua prima mostra. E non era che il principio. Di queste ferite al mio amor proprio, di queste umiliazioni alla mia vanità di saper discernere i valori, da allora non hai fatto che infliggermene sempre di più profonde, e per renderle anche più implacabili e più durature ogni tanto mi regali magari una delle tue incisioni – l’ultima aveva la finezza di segno d’un Morandi di casa nostra – e mi porti album preziosi come quello dei Cornajass e quello della Mountanho d’Oc con le vedute del rustico villaggio di Vincendières – eccoci di nuovo in Valle dell’Arc – con le pendici nevose del «mio» Charbonel. D’accordo mi resta sempre quella solita scusa: la pittura non è affar mio. Ma tanto…!
Grazie dunque per le incisioni, e grazie per la lezioncina di modestia che tu, super modesto, mi hai impartito senza volerlo. E auguri di continuare ad umiliarmi con altre smentite, sempre più clamorose. Affettuosamente
Massimo Mila

Le sentinelle della neve
Nell’arco delle Alpi, nell’uno e nell’altro versante, in qualche valle non raggiunta dal turismo perché discosta e non appetibile ai cittadini, e quasi del tutto abbandonata dagli abitanti, sono rimasti degli uomini a testimoniare, ma anche a custodire una antica civiltà. Sono la retroguardia
in questa ritirata di valori civili, ma come in tutte le ritirate la retroguardia è quella che salva.
In molti casi questi uomini sono poeti e artisti; ed è giusto sia così poiché sempre e ancora loro sono quelli che portano il lume. E oggi, poi, siamo in un momento della storia in cui occorre frenare un presunto progresso che non pone limiti alla totale distruzione del pianeta.
Uno di questi artisti che dicevo è Tino Aime che vive in un piccolo comune sopra Susa il cui centro, leggo nell’Annuario Generale, al censimento del 1971 faceva 72 abitanti.
A chi si interessa d’arte figurativa il nome di Aime non è nuovo; le sue mostre in Italia, in Francia e in Germania hanno sempre lasciato un’eco e i critici hanno sempre elogiato le sue opere. Ma io, sia chiaro, non sono un critico, e se parlo del suo lavoro è perché anch’io come lui sono un montanaro che guarda e scrive del paese seguendo il semplice binomio gente/paesaggio.
Nei quadri di Tino Aime trovo il paesaggio come nei millenni è trascorso sulle montagne delle Alpi, e la gente che è vissuta nel lunghissimo tempo lasciando quelle tracce che resteranno a testimonianza. Sono quadri da «leggere», che hanno la forza nella loro sintesi che in nessun altro modo si potrebbe esprimere; o solo con un verso sublime. Forse per questo la neve (così difficile da rendere in pittura e nessuno, oggi, la sa dipingere meglio di lui) difende questo suo mondo e nasconde dietro il suo ovattato silenzio un lungo passato, o un momento, ma più ancora uno stato d’animo lirico e malinconico.
Le case silenziose con i camini che non fumano sembra siano lì a raccontarsi storie di generazioni di montanari, da quando risalendo dal borgo in basso i primi uomini erano arrivati quassù per alzare un muro di una stalla e di un fienile, e poi una vera casa; e dopo si sono messi a dissodare un orto volto a mezzogiorno, roncare un fianco cespugliato, terrazzare e seminare fin dove le rocce lo permettevano. E dopo, quando la gente era cresciuta, di migrazioni verso la Francia e l’America; ma prima ancora di guerre che portavano lontano con pochi ritorni.
Fino all’ultima, che ha spopolato una generazione. E ancora il malvivere e la fame di quarant’anni fa perché da tutti erano stati dimenticati (erano pochi: non contavano) con l’esodo, e la morte degli anziani. La neve di Aime copre
pietosamente: lavoro di generazioni, amore, sofferenze, piccoli cimiteri. Ma non è tragica: una antica e saggia pace viene dalle sue pitture perché tutto quello che è stato può ritornare. Lo sguardo che dalle sue «finestre», come dalle mie, va verso le case degli Uomini e le montagne della Terra vede un cielo con la luna, un vecchio con un sacco di fieno sulle spalle, i merli che beccano i sorbi, gli orti con i recinti divelti.
Ma questo è solo un momento della nostra vita di montanari; dice una vecchia leggenda che tra le rocce del Latemar ci sono gli gnomi minatori che dentro la montagna cantano: «Nove volte bosco e nove volte prato / E poi verrà il tempo promesso / Dove tutto sarà quello che una volta era». Queste parole le ripetono anche i quadri di Tino Aime.

Rose canine, alchechengi, lunarie, ortensie, ginestre bianche, c’è un erbario definito nella pittura di Tino Aime, presenze ricorrenti che tracciano la sua geografia, in primo luogo esistenziale. È una transumanza affettiva che pendola, dentro la sonorità del nome di Provenza, fra Arles, Les Alpilles, Avignon, Orange, i monti Ventoux, Sainte-Victoire e della Valle delle Meraviglie, fino al suo lembo estremo di Delfinato, a Chiomonte e contro le nervose rive del Gelassa, oltre il quale, a Gravere, Aime vive. Fiori che vanno a mescolarsi a tralci di vigna, zucche grassottelle, pannocchie che scolorano nell’inverno il sole imprigionato.
Ma alchechengi, églantines, meloni d’acqua e vischio, nature morte di «piccoli maestri» dell’800, da Corot a Bonnard, a Redon, quella fedeltà, quella dolcezza, quella delicatezza, di un minuto realismo fedele a pochi motivi. E la tovaglia di merletto, sulla quale fiori e frutta, caffettiere e vasi poggiano, non ha solo la tramatura di cristalli di neve ma i reticoli di una carta geografica, l’ampiezza della terra nella quale il pittore è come un pellegrino, un vagabondo che si preoccupa di ritrovare gli stessi segni, di testimoniarne i cambiamenti di colore, da annotare appunto sulla sua carta geografica, da conservare su quella tramatura a cristalli di neve, perché non venga offesa la loro intima carica di luce.
«Quant l’aura doussa s’amarzis/ e l fuelha chai de sus verian/ e l’auze Ih chanjan lor patis,/…», ancora si canta in Provenza la canzone di Cercamon: «Quando l’aria dolce s’inasprisce/ e giù dal ramo cade la foglia/ mentre la voce mutano gli uccelli,/…». Versi ormai senza autore, che appaiono e scompaiono a frontiera di stagione diventando immediatamente di chi li pronuncia. Ecco io credo che lunarie, rose e angeliche vengano attese da Aime, a frontiera fra natura e olii, tempere, inchiostri, per dargli un nome, il proprio. C’è in quest’atteggiamento un che di scopertamente romantico, di ripensamento romantico: il volersi esiliare alla ricerca del «fiore azzurro», il costringersi a cercare una immagine davanti agli occhi e in nessun luogo. Bonnard passò la sua vita a dipingere mimose per cercare chissà quale «mimosa», Cézanne per anni cercò il suo Sainte-Victoire, come Frenhofer la bellezza della sua modella.
Tino Aime cerca i suoi alchechengi e lunarie, zucche e tralci, ed essi, anno dopo anno, tela dopo tela, cominciano ad acquistare in precisione ed ambiguità.
Petali, gambi, corolle si stanno trasformando in maschere, in silhouettes. Pietre di Rodano e di Crau, sentieri di Tenda e di Langa, acque d’Avignone e Clarea trapassano i grigi, i rossi, gli ocra di quelle non morte nature per svelare presenze. Sono gli immediati dintorni che danno fascino a questa pittura di Aime: la distanza fra una rosa e il suo colore, fra la pannocchia e il campo da cui è stata raccolta. Perché c’è un cammino, una continua e non facile frontiera da superare fra realtà e tela, fra oggetto e soggetto, fra fiore e campo, che non può non dare vertigine.
Ma solo una «vertiginosa solitudine» può indicare il segno esatto, «la foglia che cade giù dal ramo» quella e non un’altra. Perché da quella possono apparire sulla tela i boschi di oggi e tutti quelli di ieri, dalla Provenza di Li Baus fino alle brusche rive del Gelassa. Così mi sembra lavori Tino Aime, in questa direzione di «Belle clarté Chère raison», come direbbe Apollinaire, di «Bella chiarezza Cara ragione», continuando ad assecondare immagini da una immagine, come accadeva all’autore dei versi di Vitam impendere amori: «La sola foglia che ho colto s’è mutata in tanti miraggi»..

Ringrazio Tino Aime di avermi offerto di collaborare a questo libro che riunisce lettere di amici e riproduzioni di alcune sue incisioni. In verità non lo si puòdefinire un libro, né una monografia; somiglia piuttosto a uno di quegli album un tempo di moda, che riunivano scritti, disegni, fotografie, magari qualche fiore essiccato, a ricordare un periodo della vita, un viaggio, un amore.

Tino venne da me a metà novembre, sul mezzogiorno, con il menabò dell’album e con una cartella di incisioni recenti. Le guardammo insieme. Gli domandai spiegazioni sulle tecniche impiegate, sull’uso dell’acquatinta e sui suoi surrogati: cartavetro, spazzola, mazzetti di aghi.
Nelle lastre di questa ultima estate si è servito – ed è per lui quasi una novità – della cera molle, sulla quale ha impresso una decorazione di pizzo, un frammento di cartone ondulato, una foglia.
Ricorre a questi interventi con discrezione. In un mazzetto di foglie ne individuo una più morbida e delicata delle altre, con il disegno di tutte le sottili nervature. Tino mi fa notare che è intervenuto con il bulino per definirne meglio il contorno. Nei suoi lavori l’impressione diretta, alla quale oggi tanti incisori ricorrono ampiamente, non prevale mai sul lavoro manuale. Egli la usa come i cubisti inserivano frammenti di carta di finto legno nei loro collages.
Osservando questi suoi lavori, mi resi conto – ma da tempo lo sapevo – che l’artista, e quindi l’uomo, Tino Aime è molto più complesso di come noi, suoi critici e presentatori, per effetto di una certa pigrizia mentale, avevamo continuato a definirlo.
Pochi giorni dopo la sua visita a casa mia ebbi la conferma di questa sensazione vedendo alla Galleria Fogliato due acquerelli dipinti al mare in questa ultima estate. Specialmente uno degli acquerelli era di una luminosità, freschezza e felicità compositiva, che dieci anni fa sarebbe stata impensabile.
Penso di non offendere l’amico Tino se dico che l’insieme della sua opera grafica è più varia, come temi e come tecniche, di quella pittorica. Egli stesso mi disse una volta che le incisioni precedono di regola i dipinti.
Quando io, come quasi tutti i suoi commentatori, ho parlato di lui come di un uomo amante della montagna, della solitudine, delle tradizioni, dell’inverno, della notte, ho detto delle cose vere, ma che non esauriscono la sua personalità. Quando lo presentai la prima volta alla Galleria Accademia di Torino nel febbraio del 1971 – e fu quella, se ben ricordo, l’occasione del nostro primo incontro e l’inizio di una preziosa amicizia – misi l’accento su certi caratteri del suo segno: segno sobrio, lungo, poco modulato, che poteva richiamare quello di certe lastre di Carrà e di Soffici ai tempi del Selvaggio. In quegli anni Tino preferiva la puntasecca – di cui ci ha lasciato esempi stupendi – all’acquaforte. Per ottenere i grigi ed i neri non ricorreva quasi mai al tratteggio o ai tratteggi incrociati ma preferiva, già allora, servirsi dell’acquatinta.
Nei dieci anni successivi la sua tecnica si fece sempre più varia e complessa. Tra le cartelle di più alta qualità ricordo Andar per Langa, Sus lu camin de Mirèio, I murè, Andalusia. Ognuna di queste serie, e ho citato solamente le maggiori, ha segnato una svolta nel suo lavoro, sempre volto a cercare tecniche nuove, adatte al tema prescelto.
Tino non fa disegni preparatori, ma affronta direttamente la lastra e inventa la composizione man mano che il lavoro procede. Dopo anni di esperienza, dopo aver inciso non so quante lastre, forse alcune centinaia, con una conoscenza perfetta di tutti i segreti, le finezze, i trucchi dell’acquaforte e dell’acquatinta, segue mentre lavora le situazioni che si presentano e sa profittare del caso. Sfrutta lo stato della vernice, che non è mai uguale: basta che sia un poco più spessa perché il segno tracciato dalla punta risulti diverso. Se la lastra è troppo fredda e la vernice si screpola o si stacca, anche questa è un’occasione che l’artista sa sfruttare (quando non la provoca) per rendere le screpolature di un vecchio muro, per dare la sensazione della ruggine sulle sbarre di un cancello sgangherato.
Quando impiega l’acquatinta prepara per la morsura l’intera lastra e poi ricopre con il pennello le parti che l’acido non deve intaccare.
Lavora cioè più da pittore che da incisore. Ma anche questa
non è una regola immutabile. L’acquatinta a volte la usa solamente su certe zone della lastra. L’ordine delle morsure può essere modificato in tutti i modi, non vi è nulla di sistematico nel suo modo di lavorare.
L’acquaforte può precedere o seguire l’acquatinta, la cera molle può precedere o seguire l’acquaforte.
Mi sono dilungato sulla tecnica perché sono convinto che questa sommaria analisi, che potrebbe essere portata a fondo esaminando, con la guida di Tino, le singole lastre, sia l’unico mezzo per intendere la poetica di un artista, cioè il suo sentimento della vita. Più un artista è rigoroso, cioè autentico, più l’identificazione tra poetica e tecnica si fa totale.
Il momento creativo coincide con quello esecutivo.

Moun car Amiç Batistin,
En te tio fouganho sìou stà; e lou fuec dal boun coeur, que ven art, àime de l’armo, m’hà schoudà.
Que fouganho! Que cantoun de vitto e dei gòi, en mes de la mountanho servaggio que raio din a tio pënchuro dë mistaa sacrá, que nou pourço a l’adouraçioun, al remòrç, al malproun d’esse pa jò mai prou digne de la mountanho, de nousto mountanho alpenco, dè nousti parlaa fach de misteri e de gàubi e de charme. Mistaa de misteri i tie, coummo aquèlle qu’han fach la grando grinour di catedral e di chapëlle përdúe ’nte lou clhar dë la mountanho.
Tiò penchuro sacrá de rocho e tèro pàouro nou reporto ài rèiç de l’adouraçoun, dë l’affre, lou sarúç divin, lou sousclham de l’àouro: «Déus, ecce Déus».
L’àouro, l’àime de l’univers, de soubbre l’univers quë ven din la pènchuro. La tio.
La chal que te die que me séntou ben oubligà de gran’ merçi ’bou tu que m’has dounà toun amisanço e lou plhasì de toun art per lou chamin de Mirelho, lou plhasì de vèire lou Rose a Tarascoun e Avignoun, il Bàous de Prouvenço, lou Vacarès, lis Santo Marìo de la mar en Camargo; de «bate la Camargo», coumo dìen a Fràisse, per dii adounasse tout a la Countemplacioun, pastouralo, aquello de l’armo e de l’èime ou àime, qu’es lou masculin de l’armo ànimus: ànima. Es ben per aquò que dins nouste valade i-ha lou Valoun de l’Armo. Ansinto vèi pa gàire ben a lou desert de la Cràou, que tu has ben representà, perqé lou desert est la laco dal diàou e la mort de Mirelho.
Ben oubligà de gran merçì te sìou per la figuraçioun de nousto caro Lango piamountèso, per tie meinaa e tie Crist mort e tie Madone doulouraa.
Darmage qu’i ne sie pa degune de moun Fràisse e Méel, de Bounifount, de Rocho la Cuno, la Guisouiro, Rocho dar Fol, i Balòou, Rocho de l’Omme, Santo Delibro, Mal’Aouro, Dragounière e i cantoun de ma jouventuro.
Darmage, darmage; sperén de véire-nou ar-menc a la Beò d’en Blins e boun Dinial e boun an nòou per tu e i tie.
Arvéire bou la grinour di Réire e tout lou coeur.

Mio caro amico Tino,
Presso il tuo focolare sono stato; e il fuoco del buon cuore, che diventa arte, animo dell’anima, mi ha scaldato.
Quale focolare! Che luogo di vita e di gioia interiore, in mezzo alla montagna selvaggia che distilla dentro la tua pittura di immagini sacre, che si incalza all’adorazione, al rimorso, alla malinconia di non essere mai abbastanza degni della montagna, dei nostri linguaggi fatti di mistero e di stile e di incanto.
Immagini sacre di mistero le tue, come quelle che hanno la grande passione d’amore delle cattedrali e delle cappelle perdute-sperdute nella luce della montagna.
La tua pittura sacra di roccia e terra povera ci riporta alle radici dell’adorazione dello spavento, del tremore divino, il brivido del vento: «Deus, ecce Deus».
Il vento, l’animo dell’universo, di sopra l’universo, che viene dentro la pittura. La tua.
Devo dirti che mi sento grato del gran dono con te che mi hai dato la tua amicizia e il piacere della tua arte per il sentiero di «Mirèio», il piacere di vedere o rivedere il Rodano a Tarascona, e ad Avignone, il balzi di Provenza, il Vaccarès, le Sante Marie del mare in Camarga; di «battere la Camarga», come dicono a Frassino, per dire dedicarsi tutto alla contemplazione pastorale, quella dell’anima e dell’animo.
Perciò nelle nostre vallate esiste il Vallone dell’Arma. Invece non amo molto il deserto della Crau, che tu hai ben espresso, perché il deserto è la landa del diavolo e la morte di «Mirèio».
Grato ti sono per la figurazione della nostra cara Langa piemontese, per i tuoi bambini e i tuoi Cristi morti e le tue Madonne dolorose. Peccato che non ce ne sia alcuna del mio Frassino e Melle, di Buonafonte, di Roccia la Culla, di Roccia Affilatrice, Roccia del Folletto, i Ballatori, Roccia dell’Uomo, Santa Deliberatrice, Malvento, Dragoniere e i luoghi della mia gioventù. Peccato, peccato; speriamo di vederci almeno alla Badia di Bellino e buon Natale e buon Anno nuovo per te e per i tuoi.
Arrivederci con l’affetto degli antenati e con tutto il cuore.

In tanti villaggi dell’Occitania piemontese la bella Mirèio e il canestraio Vincent ormai sono diventati fantasmi. Non ci sono più le cassapanche vicino ai camini dove la ragazza del villaggio poteva depositare il libro di Mistral che le raccontava storie della sua gente, al di là della montagna.
Né ci sono più le lunghe veglie invernali quando, a fianco di conte leggendarie, si parlava del grande amore affrescato da Mistral. Se una civiltà muore, con essa se ne vanno pure i suoi sogni e le sue leggende. È ciò che sta accadendo alle terre d’oc, in particolare a quella fetta di popolo montanaro che abitava, e sempre meno abita, le vallate del Cuneese, ai confini con la Francia. Un pittore, Tino Aime, e tre poeti, Bodrero, Caballo e Cosio hanno alleato le loro muse per cantare un inno di morte alla cultura occitana che se ne sta andando. Tino Aime presenta tre incisioni sulla mountanho d’oc con il tratto disperato di chi ama una cosa, o un sentimento, nella certezza che lo sta perdendo. Villaggi coperti da neve che sembra non volersi più sciogliere; montanari curvi sotto un fardello in compagnia di un cane; baite abbandonate da voci e da suoni, illuminate dalla luna ma ugualmente tenebrose.
Tre soggetti precisi e immediati scaturiti dalle mani di un delicato disegnatore e dal cuore di un occitano puro. Così mountanho d’oc come il rischio positivo di essere una coralità non di tre, ma di quattro poeti. Perché per Aime i confini tra la grafia e l’arte poetica non hanno tracciati ben definiti. Ma il nostro pittore è in buona compagnia.
Toni Bodrero (o Boudrìer come preferisce connotarsi), Ernesto Caballo e Ottavio Cosio sono le muse di degno appoggio per Aime. Il loro affiatamento ha tappe ben precise: lacrime per le croci che prendono il posto dei vivi, ganasce di ferro che dilaniano gli alti pascoli, volti pieghettati dalla fatica che guardano lassù nella Francio Alto, ossia il Delfinato. E tutto, proprio tutto in questo disperato mondo delle aquile un tempo felice, ha un cordone ombelicale con «lei», la neve. Essa cambia nome a seconda delle valli su cui cade: nella Val Varaita di Bodrero e Cosio è chiamata diversamente che in quella di Caballo, la Val Vermenagna. Gioco involontario della semantica, ma unico simbolismo che è quello dell’abbandono e del decadimento dei villaggi alpini. Neve, da elemento di gioia legato ai gridolini dei piccoli montanari, quando comincia a cadere sino a riferimento grafico per puntualizzare la fine di un mondo. Sì, perché dalle incisioni di Aime e dai versi dei poeti, l’elemento neve si profila come una pietra tombale su uomini, case e odori che per secoli hanno impastato la cultura occitana. Bello e incisivo il verso di Caballo, in stretto dialetto di Limone, quando dice che «nella stalla la capra non fa più il capretto, e il fior del latte lo leccano i piccoli della lupa e della faina». Gli fanno eco le «dita di radici bianche come ossa di morti, rivolte in su a chiedere a zia Luna il perché degli abbandoni». Sono versi di Cosio.
La montagna occitana muore, dunque. Che si fa per salvarla?
Poco, anzi nulla. Così, come su una tragica roulette del destino, ai montanari non resta che l’ennesima, reiterata soluzione, di andarsene via. Là, oltre le Alpi, «saltandole» come dice Bodrero, oppure in trasferimento quasi coatto verso l’ambiente alieno della pianura. Ma con una differenza: quando l’occitano se ne andava nella Francio Alto manteneva un filo psicologico con la patria occitana delle vallate cuneesi. Di là, in effetti, la gente che lo ospitava parlava la sua stessa lingua e Mistral non era uno sconosciuto. Oggi l’emigrazione ha un maggiore potere di sradicamento. La pianura offre parlata e clima differenti, cioè un ambiente affatto diverso. Il montanaro sceso di quota è afferrato da sociologi, psicologi ed economisti alla ricerca di una palestra per le loro dotte disquisizioni, l’uomo sradicato si trasforma in business. E di tutto ciò che questo uomo d’oc ha lasciato alle spalle, che ne resta? Pare sia compito dei pittori e dei poeti ricordarlo.
Aime, sangue e cervello modellati sulle alte quote, è uno dei migliori interpreti di questo mondo dell’abbandono.
I tre poeti, inoltre, ne sono i giusti cantori. Anche se, purtroppo, tre incisioni e tre poesie assumono il ruolo dell’esecutore testamentario: di un mondo che non voleva morire nonostante gli sforzi degli «altri» per ucciderlo. Così, quasi a epitaffio, si potrebbe scrivere su una roccia della mountanho d’oc.

**** II mio occhio si è fatto grezzo: / fra l’oggetto e la mente / si pone al mezzo / una buia fessura, radicalmente.
/ Poiché da anni il punto / debole è sempre l’impazienza, / cerco paesaggi da cui sia espunto / il rischio della fretta e dell’incoerenza.

**** Scegliamo insieme la geografia / dell’angolo minimo,
del più ristretto ramo; / noi si vive senza biografia, / dì che ci rallegriamo. / La paura d’invecchiare come stile / non perde mai di freschezza; / ma Tino con ludica selvatichezza / prolunga la vacanza giovanile.

**** La fine del mondo forse è già avvenuta / e il rondò delle stagioni va retroverso, / ogni eresia ha il suo corso; / eppure tu insisti su un’arte non polluta. / Continui in un «ductus» fitto e vario / a dipingere colline erratiche / e il loro destino sfranto. Daccene il lunario / che non abbia pagine lunatiche.

**** Grande amico degli artisti è il caso / con il suo impatto fiabesco. / Poco importa se non abiti in Parnaso / e disdegni lo scatto dell’utopia e il romanzesco. / Fidati, piuttosto, del talento oculare / seppur ti guida a una scintillante irrealtà: / da un esterno un interno puoi ricavare / sapendo che sempre momentanea è la verità.

**** Su poche corde gioca un buon colorista: / il grigio, ad esempio, è dettato dalla memoria; / non credo inoltre che il mondo intero sia cubista, / basta ascoltare le intermittenze della storia.

**** Soggetto di molti tuoi quadri è la ferita / slabbrata, in una dimensione evocativa: / dipingi una Langa inspessita / nei contorni, d’argilla luttuosa e viva. / Alludi a circostanze indimenticabili / in una Provenza ancorché defantasticata / – ricordi les Alpilles, entità friabili? –; / e dietro la cornice / il bla-bla delle cicale dice / che oggi respiriamo aria consumata.

**** Della giusta pittura, niente può venire cambiato / proprio ora che tutto sembra precario / (ma il linguaggio della tribù conserva la sua nozione). / Noi, vinti dalla dialettica della disperazione, / confidiamo soltanto nell’arte-diario.

**** Dei paesi cerchi la matrice, / da geologo ne conduci lo scavo, fino all’inesplicato; / passando dalla sinopia alla radice / alla natura aggiungi l’uomo, reinventato. Il tuo equatore corre attraverso la mappa e le ore / della Valsusa, della Madre Langa acclive: / unghiatura grafica e modello interiore / non vogliono riscontri, nè pause intransitive.

**** Il disegno è azione, / il colore profondità / per te verista dell’immaginazione / che non smentisce la viscerale piemontesità: / rivalsa o dono consolatorio? / Ma dippiù c’interessa di un pittore l’energia / del ritmo pulsatorio / legata a un certo tipo d’armonia, / a una lingua da combattimento.

**** Incidi le lastre, attento / alla luce verticale, su uno spazio unitario, / e fornisci dei paesi l’esatta tipologia. / Le acque-forti, quasi incunaboli, del tuo terroir-santuario, / sono impregnate di etnologia.

**** Ti orienti il desiderio, non la necessità / nell’esplorare il dedalo del colore; / optiamo per una scuola immune dalle vanità, / che mantenga le cose in un fermo stupore.

**** Il disegno riuscito è quello / in cui niente può venir negato: / a te il disegno è correlato / biologicamente, come il canto all’uccello. / Batte sulle tele l’ombra rossa del coraggio / senza dorature dell’aggettivo; / più di una tua figura è l’ostaggio / proposto a un secolo negativo.

**** Ma il vertice dell’arte forse non è l’arte, / né questione di forma o di sistema / che ormai si specchia nel dizionario delle oscurità. / Può accadere che talvolta si parte, / in questi tempi di morti viventi, tempi duri, / e si rischia di arrivare all’estrema / Thule, dall’altra parte / della nostra civiltà, / arroccata nel più presente dei futuri.

**** Il poeta muore di freddo ai nostri giorni, / è vicina l’ultima glaciazione; / rifugiamoci nella pittura e nei suoi dintorni, / o diamoci al non-fare, che è fecondo, / per vincere l’istinto della disunione: / «Salvezza è scegliere una sola cosa al mondo».

**** Peccato che in questi cicli dell’ambiguità / chi sa non parla, si allontana, / e chi parla non sa. / Ma credo a un logico / avvenire della qualità umana. / Attendo solo che qualcuno, appieno, / riesca a spiegarmi se esiste un rapporto analogico / fra l’occhio del pittore e l’arcobaleno.

**** Mi preme, chissà, soltanto la lucentezza / dell’amicizia, quasi una fase di magìa; / abbandonare la favola è un rientrare nella lentezza. / Più di ogni prologo di sociologia / vale, io dico / la precisione del cuore in sé: / «ho bisogno di un amico / che abbia bisogno di me».

**** Non tenere in gran conto / miei complessi, / Tino, quando accenno al gioco / del pensar bene e del dipingere meglio: a un certo / punto ci spetta il diritto / di recitare un poco / contro noi stessi / a cuore aperto. / Né intendo lucrare nessuna indulgenza, / perciò addebita questo scritto / alla mia «sicura» incompetenza.

Caro Tino,
hai visto com’è ridotta la borgata di Preit, con i viottoli invasi dalle ortiche, con le baite deserte, con i tetti delle baite che sono stanchi anche d’estate.
A quattro passi da questa borgata che si spegne, il cantiere dei «marziani» che cercano l’uranio, i due elicotteri bianchi come ambulanze, e le trivelle che perforano, vanno giù come se la pietra fosse polenta.
Mah! Si ricordano della montagna soltanto per sfruttarla.
Dieci anni fa volevano costruire un poligono per missili, poco oltre Preit, nella conca della Gardetta. Siamo riusciti a fermarli. Adesso tornano alla carica, con l’uranio. Bisognerà dire ancora una volta «no», prima che sia troppo tardi.
Ecco perché i tuoi quadri, così come li ho visti a Preit, li ricorderò sempre.
È in quell’ambiente che parlano, che sono più veri. Trasferiti a Torino o a Milano sono un’altra cosa, diventano «forestieri».
Ricordo i «tuoi» bambini, dietro la finestra. Non sono i bambini di Preit, Preit è soltanto una borgata di vedove. Ma sembrano i bambini di Preit, che guardano i «marziani » dell’uranio, e ci giudicano!
Ciao, un cordiale saluto a Giuse e a te.