Cuneo 1931 – Gravere, Valle di Susa 2017

Foto di Stefano Fusaro

OPERE

Il cielo, la natura, il silenzio del giorno che raggiunge la notte, raccontano il lungo percorso di Tino Aime, il fascino di una realtà rivisitata, l’essenza di una stagione che si rinnova e riscopre luoghi e sogni ed emozioni.
Una stagione scandita nel segno di una continua, inesauribile, inesausta ricerca intorno al valore dell’immagine e del segno e del colore che stabiliscono un rapporto diretto con la tela, il foglio di carta, la grumosa e poliedrica materia delle sculture.

Il discorso di Aime appartiene alla cultura visiva piemontese, e non solo, a una visione delle cose che diventa elemento determinante di un itinerario immerso nella magia dell’alba tra i monti della Valle di Susa.
E dall’ampia finestra dello studio, Aime osserva lontani sentieri, baite dai tetti imbiancati e orti con alberi spogli e raggelati dove una vecchia bicicletta segna il trascorrere di un tempo di memorie: «E infatti ecco le baite – ha scritto Laura Mancinelli – sepolte nella neve, i piccoli paesi abbandonati della Valle di Susa, la montagna povera, quella dove non arrivano gli sciatori variopinti e chiassosi.
Qui domina il silenzio: nelle case e nei paesi di Tino non abita nessuno. E poi fiori secchi, rami con bacche, lunarie, oggetti di una volta, una vecchia bicicletta arrugginita…

Colori di notte, di neve, di qualche cielo limpido e azzurro, ma quasi sempre notturno. Rara eccezione un paesaggio di Provenza o di Riviera…». E la parola della Mancinelli rivela in una nitida sintesi l’universo di Aime, le sue cadenze figurali, il clima di una pittura in cui la lenta sedimentazione degli oggetti, della materia-colore, di una linea ferrea e a tratti spigolosa come le rocce, concorrono a definire l’insieme delle sue composizioni e di quel rinnovarsi della rappresentazione senza perdere di vista il valore della forma, della storia, del mistero di una finestra che racchiude un merlo, un albero di cachi, una luna alta sui gelsi.

Vi è nell’opera di Aime un gioco di intarsi, di frammenti, di simboli, che vanno al di là dell’immediata lettura del paesaggio per significare il determinante affrancarsi di una cultura che è sentimento del vivere, pagine di un diario intimo, suggestione di incontri con la gente di montagna in case silenziose «con i camini che non fumano», con i capitoli di un racconto che descrive generazioni di uomini capaci di «alzare un muro di una stalla e di un fienile, e poi una vera casa; e dopo si sono messi a dissodare un orto volto a mezzogiorno, roncare un fianco cespugliato, terrazzare e seminare fin dove le rocce lo permettevano…» (Mario Rigoni Stern).

E l’avventura di Aime si snoda dalle montagne al mare, dal cuneese a Torino e poi a Bastia di Gravere.
Ad ogni tappa un momento di crescita, di nuovi risvolti tecnico-espressivi, di aperture verso un linguaggio del tutto personale e riconoscibilissimo.